La testimonianza di Virginia  

Quando io e mio marito apprendemmo della mia gravidanza, non ci sembrava vero ed a maggior ragione, quando alla prima ecografia il medico ci rivelò essere gravidanza gemellare. Ogni mese mi sottoponevo ai controlli di routine e - quindi - quando poi finalmente si evidenziarono i sessi delle mie due creature, veramente fui contentissima: un maschietto ed una femminuccia!! Quante persone sognano un evento del genere?!

Alla 20^ settimana, però, nell’effettuare l’ecografia cosiddetta “morfologica”, nell’ambito della rilevazione flussimetrica, si evidenziava un aumento delle mie “resistenze uterine” e - pertanto - mi si consigliava di ripetere tale esame al compimento della 24^ settimana di gestazione.

Così facemmo, ma tale situazione purtroppo non era mutata. In occasione però di tale controllo, l’ecografista prestò particolare attenzione alle arterie cerebrali dei miei due bimbini, che risultarono comunque essere a posto; così come tra l’altro era anche il loro sviluppo ponderale (circa 760 grammi lei e 690 grammi lui).

Già si cominciava però a delineare un maggior peso nel gemello di sinistra, cioè la femminuccia. Ci tengo a sottolineare che già al momento della seconda flussimetria mi si era prospettata la possibilità di dover far nascere anticipatamente i miei figli, ma comunque il tutto si poteva far accadere al compimento del 7° mese (mancavano circa quattro settimane) e - quindi - alla luce delle nuove tecnologie e cure neonatali i miei bimbi anche se “settimini” avrebbero potuto vivere bene. L’ecografista, comunque, mi consigliò  di monitorare la crescita di entrambi con particolare riferimento al maschietto che sembrava essere il più minuto dei due. Al successivo controllo, intorno alla 28^ settimana si evidenziava un regolare processo di crescita della femmina ed un iposviluppo invece del maschio (circa 1100 grammi lei e  780 grammi lui), che comunque continuava a crescere anche se più lentamente. Era il 20 luglio ed io, futura mamma, forse un po’ paranoica, procedevo quotidianamente alla rilevazione dei miei valori pressori, che ultimamente sembravano destinati a salire; (per me normalmente ipotesa, 125 di massima ed 80 di minima erano già indice di alterazione). Quando lo feci presente alla ginecologa che mi seguiva, ella non diede la minima importanza alla cosa, nonostante esistessero fattori (primipara – gemellare - aumento delle resistenze uterine) da non sottovalutare; addirittura  mi rimproverò quasi di “ipocondria”, tanto è vero che di lì in capo a quattro giorni fui ricoverata con una pressione elevatissima. Mi fu somministrato un farmaco tre  volte al giorno senza sortire alcun effetto; anzi cominciava a delinearsi nettamente un quadro clinico tipico della gestosi o “PRE-ECLAMPSIA SEVERA”. In terapia fu inserito anche un anticonvulsivo e nei momenti più critici (picchi pressori elevatissimi) mi veniva dato un farmaco sub-linguale. Nel frattempo mi venivano rilevati quotidianamente i tracciati dei battiti cardiaci dei miei bimbi, dai quali si rilevava appunto una differenza fra il maschio e la femmina, quest’ultima risultava essere più “brillante”. E’, credo, in osservanza di questi tracciati che il Primario del reparto di ostetricia decise che il mio Fabio (questo era il nome che avevo scelto per lui) non avrebbe dovuto avere chances di sopravvivenza. Ci convocò entrambi (io e Sandro mio marito), comunicandoci che se il maschio :-“avesse chiesto aiuto”,  lui l’avrebbe dovuto far nascere anche se questo avrebbe penalizzato Natasha  (la femminuccia) che stava tranquillamente “aspettando” la propria maturità fisica-. E qui gli demmo ragione, concordammo con lui  la possibilità di dover effettuare (qualora fosse servito) un cesareo urgente. In seconda battuta però, cambiò nuovamente versione, ci disse che a giudicare dal tracciato, Fabio non ce l’avrebbe fatta sicuramente e - pertanto - ci consigliava di portare avanti la gravidanza in qualunque caso, anche se ciò avesse appunto comportato la morte di uno dei gemelli; tanto più - affermò - che se tale condizione si fosse verificata, non sarebbe stato  necessario operare d’urgenza in quanto essendo due “sacche” separate la morte di uno avrebbe lasciato l’ambiente dell’altra asettico e quindi non a rischio di infezioni od altro. Firmammo il “consenso informato” - che, egli si curò particolarmente di farci avere e di ritirare opportunamente firmato!!-, come se stessimo firmando la condanna a morte di nostro figlio e... così fu. Ma il Primario non ci aveva prospettato alternative, anzi ci incoraggiava a firmare affermando che era l’unico modo per dare più possibilità a Natasha che nascendo altrimenti presto avrebbe rischiato la vita in quanto gravemente prematura. Nel frattempo, continuavo ad essere sottoposta ai controlli  più disparati; ma non solo, gli esiti delle ecografie cambiavano quasi quotidianamente… qualche cifra: il 27-07 Fabio aveva un peso stimato 980 grammi (più o meno 108 grammi) e Natasha 1160 grammi (più o meno 132 grammi) e questi numeri  non dimentichiamoceli! Addirittura da uno di questi controlli emerse che il maschio era privo di stomaco. Ma dopo un giorno lo stomaco era ricomparso, però presumibilmente era privo di cervello. Per verificare ciò fui sottoposta a risonanza magnetica (ricordo che ero in gravidanza gemellare con pre-eclampsia severa e, quindi già sotto farmaci ipotensivi ed anticonvulsivi) e per permettere l’esecuzione di questo particolare esame, infatti mi furono  somministrate 46 gocce di EN per “sedare” a tutti e tre. L’esito di tale esame fu quasi nullo o meglio il testo di risposta riportava che non era stato possibile “evidenziare” il cervello del maschio (eppure alla 20^ settimana nell’ecografia morfologica ogni organo era al suo posto!). Fui di nuovo sottoposta alla rilevazione flussimetrica delle arterie cerebrali di Fabio che dava valori nella norma. Ma come è possibile che dei vasi cerebrali esistano se non esiste il cervello? Nessuno però dava peso al fatto che al monitoraggio il battito del mio Fabio andava via via indebolendosi e tanto meno qualcuno prendeva l’iniziativa di “dargli aiuto” dato che lui lo stava chiedendo. Non sottovalutiamo il fatto che - comunque - la mia pressione non riusciva a scendere (200 la massima – 130 la minima), così come tra l’altro la mia condizione emotiva oltre che fisica era effettivamente a pezzi. Un giorno mi dicevano che tutto era ok, che i valori tutto sommato erano nei limiti della norma, che potevo stare tranquilla e non preoccuparmi, il giorno dopo non trovavano più il battito di Fabio, poi lo ritrovavano e poi successe che la Domenica sera (30/7) non lo percepirono più! L’indomani mi fu fatta l’ennesima ecografia, davanti a tutti i ginecologi del reparto, e quando appurarono che effettivamente per il mio piccolo non c’era più niente da fare... allora decisero che dovevo essere operata d’urgenza. Rimasi allibita, perché mi facevo forte di quanto dettomi dall’”Illustrissimo Primario”, che prevedeva la possibilità di proseguire la gravidanza per dare maggiori chances alla femmina. Ed invece così non fu, mi ritrovai sballottata  fra le infermiere che - velocemente - mi preparavano all’intervento senza contare che moralmente ero distrutta; mi avevano appena confermato la morte del mio maschietto, lui che io avevo sentito crescere pacatamente dentro di me per sette mesi, lui che ormai distinguevo benissimo nei movimenti così diversi dalla sorella più brusca e meno delicata; lui aveva rinunciato, aveva provato a cercare aiuto, ma nessuno di tutti quei dottori si era degnato di darglielo!! In men che non si dica giacevo nel lettino della camera con la ferita dolente, i miei cari accanto che mi dicevano: - E' bellissima, piccola, tenera ed è una moretta come te! - Passarono comunque tre giorni prima che fossi fisicamente in grado di scendere al reparto di Patologia Neonatale  e quando, finalmente, la vidi, ero insieme a mio marito (anche per lui era la prima volta - aveva aspettato me per farlo assieme) fu una gioia indescrivibile ed una commozione indimenticabile. Lei era lì ora, sotto le mani esperte dei bravissimi dottori e di  dolcissime infermiere che le sono stati accanto per ben cinquantaquattro giorni. Lui, però, era nato morto e me lo hanno portato via, non ho avuto la benché minima possibilità di vederlo un’unica volta! Lo avevano portato in una struttura a più di 5 chilometri dall’ospedale, dove sicuramente io, appena cesarizzata, non sarei potuta andare. Ora so, che fu sottoposto ad un “abbozzo” di autopsia (dico abbozzo in quanto l’incaricato che l'avrebbe effettuata ha dichiarato di non essere strutturato per tali operazioni). Mia madre,  comunque, chiese in ospedale... lei voleva vedere suo nipote, ma nessuno sapeva dove fosse finito e solo dopo infinite domande ed “alzate di voce” le fu indicato dove lo avrebbe trovato. Quello che vide discordava con quanto dichiarato nei certificati e cioè lei vide un bimbo che CERTAMENTE non pesava 550 grammi (dato riportato in cartella clinica) cosa inoltre confermata verbalmente dall’incaricato all’autopsia. La sorella Natasha adesso è con me, dal suo peso iniziale ( 1.190 grammi – 1.040 grammi dopo il calo fisiologico – lunghezza 36 centimetri) con grinta, tenacia ed ostinazione è arrivata a pesare circa 5.500 grammi a 6 mesi dalla nascita e già ci comanda tutti “a bacchetta”! Questa più o meno è la mia storia ed a me sorgono innumerevoli dubbi:

Ora sì,  mi è rimasta lei, l’unica gioia, l’unico raggio di sole in questo mare di dolore; ma non smetterò mai di pensare che forse se fossi andata in un altro ospedale o forse se li avessi obbligati ad operarmi subito, adesso in cameretta avrei due lettini! E poi? Potrò mai perdonarli, me lo hanno portato via ed io non sono riuscita a vederlo nemmeno un minuto! Mi chiederò sempre che volto aveva, se effettivamente era piccolo come hanno dichiarato, se ce l’avrebbe fatta se lo avessero fatto nascere quando chiedeva aiuto e mille altri interrogativi ai quali non potrò mai dare risposta. No, effettivamente in quel reparto di Ostetricia non ho trovato un minimo di comprensione, gentilezza, chiarezza ed a questo punto credo anche competenza. Unica nota positiva dell’ospedale della mia città è che il reparto dove è rimasta Natasha per tutto quel tempo è invece un ottimo reparto con personale medico e paramedico di una qualità eccezionale. Tutto questo mio sfogo, forse non avrà alcun riscontro, ma gradirei capire se qualcuno è in grado di dirmi se esistono i presupposti  per poter portare avanti un atto di rivalsa nei confronti di chi ha sentenziato la morte del mio Fabio ed impedire così che accada ancora ad altre mamme che come me si potrebbero trovare di fronte a medici incapaci di prendere le decisioni giuste al momento giusto.!                                                           

                                                                                                            Virginia

Scritto il 15-03-2001

Chi può aiutare la mamma di Fabio e Natasha scriva a

Virginia natyvirg@libero.it oppure a

ilmondodeigemelli@email.it  


A FABIO  

Ti sentivo dolcemente muoverti dentro di me, 

ricordo il tuo tocco così fragile e tenero, 

i tuoi piccoli e delicati calcetti contrapposti a quelli di quel “furetto” di tua sorella.

E ti incitavo, ti incitavo a tener duro, 

ad importi su di lei che con i suoi “spintoni” ti “rubava” tutto lo spazio; 

Ti sentivo più piano, più calmo e poi piano piano non ti ho sentito più! 

Scusami se non ho potuto aiutarti, non me lo hanno permesso! 

Piccolo Angioletto ora che non ci sei più, 

proteggi dal luogo incantevole dove stai, la tua sorellina Natasha 

che è l’unica che ti ha “conosciuto” quando eri ancora vivo. 

Vorrei che parlasse già, così potrei chiederle di te, 

forse ancora si ricorda, lei ti ha visto, eravate insieme! 

Chissà forse quando piange è perché manchi anche a lei ! 

Sarai sempre nei miei pensieri, piccolo Amore mio !! Addio !!!


Ed inoltre mi piacerebbe raccontare e condividere con altri la mia esperienza di  mamma di una bambina prematura. La prima volta che entrai nel reparto fu passando dalla parte dei visitatori e, quindi, la intravidi solo attraverso le vetrate. A vedere tutto quell’insieme di macchinari, quelle “teche” numerate con all’interno minuscoli esserini collegati a tubicini e fili, apparecchiature quasi sempre in allarme, i  grafici degli elettrocardiogrammi sempre in funzione, veramente, non si sa come reagire. Se da un parte vorresti girare le spalle a tutto questo e ritornare a “ritirare” tua figlia quando ormai tutto è a posto; dall’altra l’istinto  materno ti “obbliga” a rimanere incollata a quel vetro per sempre. Nel reparto di Patologia Neonatale permettono a noi genitori di accedere direttamente all’interno e, quindi, di posizionarci vicino all’incubatrice e - se le condizioni fisiche del neonato lo consentono - li puoi anche accarezzare. Quando dissi alle Vigilatrici di turno che ero la mamma di Natasha, mi indicarono l’incubatrice n° 1, dove appunto all’interno si trovava una minuscola bambina lunga appena 36 centimetri e che pesava solamente 1.190 grammi. Da dove ero in quel momento, di lei vedevo soltanto “i piedini sollevati ed una testolina mora mora”. Allora mi fecero entrare passando attraverso la zona filtro, dove era obbligatorio indossare copriscarpe, camice, cuffietta e procedere ad un accurato lavaggio delle mani. Entrai purtroppo spinta su di una sedia a rotelle, il cesareo mi era stato effettuato da poco e - fisicamente - non riuscivo ancora a stare in piedi. Mio marito mi accostò all’incubatrice e, in quel momento, la vedemmo finalmente bene per la prima volta. Non era collegata al respiratore in quanto dopo due giorni che glielo avevano posizionato quella frugoletta era già riuscita a toglierselo da sola; aveva però collegati: un apparecchio per la rilevazione della saturazione dell’ossigeno, l’elettrocardiografo sia per il battito cardiaco che per la frequenza respiratoria, un termometro per la rilevazione della temperatura, una flebo per l’alimentazione per via parenterale. Ricordo che era rossa rossa e nel mezzo del suo piccolo torace ad ogni respiro che emetteva si formava un forte “rientramento” (così lo chiamavano i dottori) – i suoi polmoni non erano ancora espansi e quindi creavano  quel vuoto. Mi dissero che potevo toccarla, aprirono gli oblò ed io timorosa infilai la mia mano (che in quel momento mi sembrava enorme) su quel tenero ed indifeso esserino. Le parlai, la ringraziai per essere lì in quel momento e la incoraggiai a tenere duro perché doveva crescere, doveva venire a casa con noi ed anche il più presto possibile. Mio marito invece aveva paura ad avvicinarsi ed io dovetti insistere più di una volta per indurlo ad accarezzare nostra figlia; temeva di farle male; lei era in quel momento così, così… piccola! Da quel  momento in poi ogni mattina ed ogni pomeriggio ero lì accanto a lei, passavo ore ed ore in sua contemplazione e - piano piano - superai ogni attimo più brutto. Il personale di quel reparto è veramente speciale ed io non lo dimenticherò mai, era con loro che condividevo tutte le mie ansie, era a loro che facevo mille domande e pazientemente mi veniva sempre risposto e chiarito ogni dubbio. In prima battuta ci fu l’angoscia degli allarmi; ogni "beep" era un colpo al cuore, l’occhio cadeva sui valori che ormai avevo imparato a conoscere quando giusti o sbagliati. Poi capisci che non sempre gli allarmi indicano situazioni orribili, magari tua figlia si è soltanto mossa e quindi il sensore non ha captato più il segnale oppure è quasi normale che qualche volta il battito acceleri o deceleri in maniera un poco più evidente. Però l’imprevisto può sempre capitare, come quella mattina che entrando la trovai collegata ad una apparecchiatura che le somministrava ossigeno.  Le diedero del cortisone nell’intento di aiutare i polmoni ad espandersi e, quindi, a divenire più autosufficienti. La scarsa potenzialità respiratoria era il suo problema più grosso. Ogni giorno passato era un giorno guadagnato in recupero e crescita e col trascorrere dei giorni cominciò ad essere importante affiancare all’alimentazione via parenterale, quella classica a base di latte materno. Proprio su quest’argomento c’è da aprire una piccola parentesi. Non avendo subito “attaccato” al seno mia figlia, la mia “produzione” di  latte non si era attivata come avrebbe dovuto. Fortunatamente dopo due giorni dal mio cesareo, a mio marito e me venne il dubbio che probabilmente avrei dovuto in qualche modo stimolare la montata lattea e pertanto richiedemmo al nido un tira-latte per cominciare a farlo. Grazie a questo attivai, in misura minimissima però, la produzione che in quel momento era sufficiente ad esaurire la richiesta di mia figlia; pensate le venivano inseriti tramite sondino naso-gastrico 1 cc ogni ora per un totale di 24 cc al giorno ed il che coincideva più o meno con le quantità che riuscivo a fornire. Col passare dei giorni, l’unica soluzione possibile per non lasciare Natasha senza latte materno, era l’estrazione con l’apposita macchinetta ed era quello che facevo giorno e notte ad intervalli di tre ore. Era stressante ed a volte deprimente, specialmente quando il flaconcino non si riempiva più di 25 cc. Ma non volli mai rinunciare, continuavo imperterrita  a tirarmi il latte ed in un certo senso la mia costanza fu premiata. La cosa buffa era che appena i medici aumentavano le dosi da somministrare a mia figlia, io automaticamente ed involontariamente producevo latte sempre a sufficienza con  addirittura momenti in cui dietro consiglio delle Vigilatrici del Reparto ne ebbi da congelare. Questa prassi di tiraggio del latte è durata fino circa al compimento del  4° mese di Natasha, periodo in cui è stata in grado di ciucciare autonomamente al seno.

Ma torniamo al suo ricovero. La sua permanenza lì, mi ha dato modo di capire che a volte le mamme che arrivano in ospedale, partoriscono e dopo poco se ne tornano a casa col frugoletto paffuto, spesso sottovalutano la fortuna che si ha nel non avere problemi. Ho trovato con me, mamme diabetiche, altre con la gestosi, altre che per problemi di distacchi o contrazioni anticipate hanno partorito troppo presto; ho trovato mamme di bimbi all’apparenza perfetti, ma da operare al cuore od altro; oppure semplicemente bambinoni che con traumi da parto erano lì sotto osservazione. E tu che arrivi, stai due giorni ed esci con tuo figlio, ti sei mai resa conto pienamente di quanto non ti è successo? Di quanto la vita è stata generosa con te ?

Hai mai pensato a chi come me ha vissuto una situazione del genere? Ed a seguito di ciò hai apprezzato cento volte di più  la gioia di essere MAMMA?!   Credo che spesso si dia tutto troppo per scontato e quindi vorrei fare in modo che chiunque non abbia mai avuto problemi fra parto, nascita ed allattamento sia conscia appieno di quanto si è risparmiata, ma non per creare cattivi pensieri, bensì per far sì che si apprezzi maggiormente quanto diamo per certo. In quei 54 giorni trascorsi nel reparto di Patologia Neonatale ho imparato a convivere con le ansie mie e degli altri genitori; pur essendo conscia della mia non rosea situazione (ancora Natasha pesava sotto i 2.000 grammi), mi ritrovavo a fare coraggio a Rita, mamma di Federico (lui era nato che pesava circa 700 grammi), anzi tutti noi facevamo il tifo per lui, era la nostra  mascotte, ed anche per lui speravamo e speravamo insieme ad i suoi genitori. Per un mese abbiamo creduto in lui e pregato affinché  ce la facesse, ma purtroppo si è arreso, non è mai tornato a casa.

E tu che sei lì incameri. Ed incameri pure le lacrime che ti escono quando vedi una neo-mamma ed un neo-papà attaccati alle pareti dell’incubatrice da viaggio con dentro il loro bimbo che viene trasferito per essere sottoposto ad un intervento di cui non possono conoscere l’esito con certezza. Impari ad inghiottire quel groppo in gola che ti si forma ogni volta che stai per passare la zona filtro nel timore che possano esserci novità non positive. La prima cosa che chiedi è se il peso è aumentato, se è successo qualcosa di particolare e quando non sei lì con lei e sei a casa, ad ogni squillo di telefono temi, temi che ti convochino d’urgenza ed il tempo sembra non passare mai! Diedi il mio primo bacetto a Natasha dopo ben 16 giorni dalla sua nascita; la Vigilatrice mi fece avvicinare all’incubatrice aperta per un attimo solo, ma fu una sensazione indescrivibile. Col trascorrere dei giorni, fra alti e bassi, mia figlia era arrivata a pesare circa 1.600 grammi e mi fu proposto dai medici del reparto di iniziare la Marsupio-terapia. Mi fecero portare una copertina nella quale la avvolsero e me la diedero finalmente in braccio. Si “spalmò” su di me e dormì profondamente e rilassatamente così come tra l’altro testimoniavano i parametri  rilevati (frequenza cardiaca, respiratoria ecc..). Non avrei più voluto distaccarmene, ma i primi giorni di quella terapia, l’abbraccio con Natasha poteva durare ancora poco, le sue condizioni fisiche ancora non la facevano essere in grado di stare “fuori” per parecchio tempo. Queste sedute, aumentarono dolcemente di durata ed ogni volta era sempre più difficile “restituirla” alle infermiere. Ci cominciavamo a guardare l’una con l’altra, lei piangeva ogni volta che me la toglievano per rimetterla in incubatrice. Ci stavamo pian piano conoscendo!! Passarono i giorni finché una mattina entrai e mi accorsi che… aveva cambiato casa ! Era finalmente fuori da quella “scatola di plastica”, dormiva placidamente in un comunissimo lettino da neonati, era coperta e le avevano fatto indossare il completino giallo che da tempo avevo lasciato in reparto. Era vestita per la sua prima volta, fino a quel momento l’unica cosa che aveva indossato era il pannolino che io definivo “sub-ascellare” per quanto le era grosso!! Era tenerissima, aveva però ancora inserito il sondino nel naso per permettere una corretta alimentazione. Eh sì, perché mia figlia, pigra assai, non ne voleva sapere di ciucciare al biberon e tanto meno di “attaccarsi” al seno, tra l’altro la sua capacità di suzione non era ancora così elevata da permetterle di farlo. Il suo peso adesso si aggirava intorno a 1.850 grammi, ma lo scoglio più grande che non mi consentiva di portarla a casa era appunto la mancanza di autonomia per l’assunzione dei pasti.

Fu una vera e propria battaglia, non riuscivamo proprio a toglierle quel sondino! Ricordo che provavo a darle il latte al seno e lei con immensa fatica a malapena ciucciava 10/15 grammi, perciò bisognava scaldarle il quantitativo restante al biberon (che io avevo precedentemente “tirato” e portato in ospedale”). Per il più delle volte non ciucciava neanche quello e quindi il “saldo”  della poppata andava inserito nel sondino. Questa trafila durò per un periodo di tempo che mi sembrò interminabile, potevo benissimo portarla a casa, stava bene in salute, non aveva più fili collegati, ma non mangiava da sola. Ogni giorno mi dicevo, domani andrà meglio, pazienza! Lei cominciò a mangiare di più al biberon, la sua dose, la finiva (anche se non proprio voracemente) e, quindi, un Sabato mentre ero in casa a “tirarmi il latte” per l’ennesima volta, mi giunse una telefonata.

Quando riconobbi la voce della dottoressa, ammetto che provai panico per un attimo, ma poi quando la sentii chiedermi: - Se la sente di portarsela a casa oggi?- Non capii più nulla, dissi sì, poi pensai che non ero pronta, che mi mancavano i biberons, i pannolini, il fasciatoio, insomma non me l’aspettavo proprio! O meglio, non volevo darmi false speranze e quindi non chiedevo mai quando l’avrebbero dimessa, perciò quasi scaramanticamente, non avevo nulla a disposizione, ma comunque in men che non si dica mi misi in moto, noleggiai una bilancia, andai in farmacia a fare il pieno di tutto ciò che poteva servirmi e mi precipitai in ospedale a “ritirare il mio fagottello”!

La mettemmo nella carrozzina che era così minuta, quasi si perdeva là dentro !! Finalmente noi tre ce l’avevamo fatta!! La nostra famiglia si era ricomposta! Il peggio era passato, avevamo superato momenti critici, tristi, angosciosi, avevamo temuto per lei ed avevamo pianto per il fratello; ora dovevamo farci forza  ed essere felici perché Natasha c’era e la sua tenacia e grinta meritavano di essere premiate con un mare di coccole e di abbracci. Ed oggi quando la tengo in braccio e la cullo, non ho paura di viziarla perché in fondo un po’ di privilegi, questa mia bambina se li è veramente guadagnati!!

Adesso ha 6 mesi e 12 giorni, pesa circa 5.500 grammi e da quando è venuta a casa, questo tormentone ci ha fatto dimenticare che cosa significhi dormire! A volte lo ammetto, può essere stressante! Prima le colichette, poi il sonno che non viene, poi i sorrisetti alla giostrina sul letto, oppure semplicemente le “sue chiacchiere notturne”, ma in fondo sì, vale la pena sopportare tutto; l’addio ai pranzi e le cene con “calma”, la rinuncia (credo temporanea!) alle uscite serali ed il sacrificio di rimanere in casa se c’è un po’ di vento! Prima o poi questi giorni diverranno solo gocce di ricordi in un oceano di momenti di gioia, ci dimenticheremo i sacrifici e ci rimarrà la felicità di questa bellissima bambina che è venuta ad allietare la nostra esistenza!

E’ per questo che le dico grazie….

…. Grazie ancora per esserci, mio dolcissimo tesoro !!!  

Virginia

Scritto il 15-03-2001

Natasha a 12 mesi

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