Come vive un futuro papà la gravidanza gemellare...

(di Umberto F.)

Il desiderio di un figlio

Ho cominciato a desiderare un figlio quando ho capito che avevo molto da dare, che sarebbe stato un peccato buttare via il grosso bagaglio d’esperienza accumulato in anni vissuti nella gioia e nel dolore, ma sempre con fervida partecipazione e la convinzione che vivere sia la più bella delle avventure.

Sono passati circa tre anni prima che i miei desideri e quelli della mia compagna raggiungessero una felice assonanza, in un contesto domestico finalmente adatto al nuovo progetto: a fine maggio, con grande serenità, decidemmo di dare il via alle "danze", consapevoli che le nostre trentacinque primavere potevano in qualche modo essere d’ostacolo al concepimento della creatura, ma comunque fiduciosi e in trepidante attesa di "segnali"… che non si sono fatti attendere!

La mattina del sei settembre mia moglie mi ha svegliato ed ha pronunciato le fatidiche parole: sono incinta. Un gran senso di pace ed armonia mi ha accompagnato nelle prime ore di quella giornata e mentalmente ho preso nota di alcuni particolari, forse insignificanti, ma che sapevo avrei voluto ricordare per il resto dei miei giorni: la prima canzone trasmessa dalla radio, che tempo faceva, i numeri della data ed altre amenità importanti forse solo in quel contesto.

Tutti i giorni seguenti furono scanditi dalle riflessioni sulla presenza (finalmente vera e non immaginata) della creatura nel grembo della futura madre: il suo sesso, il colore degli occhi, in cosa somigliasse a me e quale fosse il suo aspetto reale in quel momento. Desideravo “vederla", come se fosse già tra noi, per convincermi che non era una mia fantasia, ma una splendida realtà.

Mi sono tuffato su Internet per trovare ogni genere d’informazioni sulla gravidanza: ciò che scoprivo saziava il mio desiderio di conoscenza, ma lasciava inalterata, fortunatamente, la patina magica che impedisce agli umani di comprendere appieno il mistero di una nuova vita.

La prima ecografia

Con ottobre eccoci alla prima ecografia e, manco a dirlo, ho voluto essere presente; che strana sensazione essere l’unico uomo in quella sala d’aspetto! Dopo un tempo che mi è parso interminabile è il nostro turno e comincia l’esame: mia moglie, sdraiata lateralmente rispetto al monitor, non vede chiaramente mentre io mi trovo alle spalle della ginecologa e vedo benissimo. Le innumerevoli ore passate davanti ad un monitor mi vengono in aiuto: dopo pochi movimenti della sonda individuo chiaramente una cavità scura a forma di goccia che svanisce, ma si ripropone quasi identica al movimento successivo; abbasso lo sguardo sul ventre di mia moglie e vedo che la sonda passa da un lato all’altro… sento la nuca farsi improvvisamente fredda ed un dubbio squilla come un campanello nella mia testa! Smetto istintivamente di respirare e dopo due secondi che mi sono parsi due secoli la ginecologa dice a mia moglie: "Quanti ne vuole?", poi si volta verso di me e mi indica la sua sedia. Ne approfitto, mi gira un po' la testa, sono assolutamente sbalordito visto che non ci aspettavamo assolutamente dei gemelli! Il mio cervello si avventura faticosamente nella valutazione delle conseguenze del duplice arrivo… cioè raddoppiare spazio, soldi ed attenzioni! Ma, a parte un certo disorientamento, è una bella sensazione sapere che avrò due bambini invece di uno solo e che è in costruzione una bella famiglia, con figli che saranno da subito anche fratelli; pochi giorni prima discutevamo tra noi di come sarebbe stato vantaggioso avere due figli in una volta sola, sapendo che tra due o tre anni potremmo avere qualche problema o paura nell’avventurarci in una nuova gravidanza, per questioni economiche o d’età (37-38 anni).

Detto… e fatto! Ora ho le prime immagini dei miei figli custodite nel computer e continuo a scrutarle per individuare le manine, i piedini, il naso, le orecchie ma sono talmente piccoli… chissà se quello che credo di vedere è realtà!

Ho ancora molti mesi per prepararmi ad accoglierli ma il bene più prezioso, l’amore del loro papà, è già pronto.

Umberto F. - 20 Novembre 2000

L'Ultra Screen

Ancora scossi dalla notizia della gravidanza gemellare, ci apprestiamo a vivere un altro capitolo di questa esperienza: l’Ultra Screen. Si tratta di in confronto incrociato, tra l’esito degli esami del sangue e l’osservazione minuziosa di determinate caratteristiche dei feti, che dovrebbe dirci quante possibilità hanno i nostri piccoli di nascere con sindromi cromosomiche, come la Trisomia 18 o la Sindrome di Down.

Eccoci dunque a Milano alla disperata ricerca di un parcheggio: lo troviamo dopo parecchi giri dell’isolato, poco lontano dalla clinica dove abbiamo appuntamento nel primo pomeriggio. I locali sono sotto il piano stradale e fa piuttosto caldo; provo un leggero senso di claustrofobia, ma lo attribuisco all’agitazione dovuta al pensiero che prestissimo vedrò di nuovo i miei "cuccioli", anzi, stavolta li vedrò meglio perché sono un po' cresciuti!

Nell’attesa sbircio le altre coppie sedute in sala d’aspetto: solo una di loro è composta di due donne (madre e figlia?) mentre le altre, impegnate in teneri conciliaboli conditi da risatine sommesse, vedono il classico abbinamento uomo e donna. L’età media è un po' alta e questo mi permette di sentirmi a mio agio: certo se fossimo stati gli unici "matusa" tra coppie di ventenni saremmo stati al centro dell’attenzione!

Giunge il nostro turno ed a mia moglie è praticato il prelievo di sangue; il medico s’informa sullo stato della gravidanza e sulle condizioni generali di salute della futura mamma, dandoci nel contempo chiare informazioni circa l’Ultra Screen e la sua attendibilità. Torniamo in sala d'aspetto ed ormai pochi minuti ci separano dall’apparizione "in TV" dei nostri due "eroi". Di nuovo è il nostro turno e scopriamo, con piacere, che un grande monitor a colori è a nostra disposizione per vedere le immagini dei gemelli… dimenticavo: non sappiamo ancora con certezza se sono due o tre (!), in quanto durante la prima ecografia non era stata esclusa la seconda possibilità, quindi la voglia di vederci chiaro è senz'altro giustificata!

Comincia l’operato della sonda ecografica ed eccoli! Non c’è dubbio, sono due, posti trasversalmente; all’abile occhio del ginecologo non sfuggono piccoli movimenti che invece noi non percepiamo. Uno dei due pare leggermente voltato verso di noi e crediamo di scorgere alcune fattezze del viso e le mani, mentre l’altro è decisamente di schiena e si cela al nostro sguardo indagatore. Cominciano le misurazioni, ma noi due, sforzando la vista, seguitiamo ad ispezionare i corpicini alla ricerca di particolari da ricordare; per non lasciare nulla d’intentato gioco la carta del sesso e chiedo lumi, ma la voce cortese del ginecologo sostiene che è ancora troppo presto e che preferisce non azzardarsi. Questa volta, però, non tornerò a casa senza aver registrato il battito dei cuoricini: sfodero il registratore portatile e chiedo se posso ascoltare il loro cuore. Il medico, con un sorriso bonario, m'accontenta e posso fissare su nastro il velocissimo cuore di un piccolo; cercherò di conservarlo e spero un giorno di poterlo fare ascoltare ai bimbi come testimonianza della loro misteriosa vita prenatale. Dopo una brevissima attesa il ginecologo espone il risultato delle misurazioni, che verranno poi confrontate con gli esiti del prelievo di sangue; a quanto pare non c'è nulla di cui preoccuparsi, i piccoli dovrebbero nascere liberi da problemi a livello cromosomico e noi facciamo nostro questo risultato con grande soddisfazione. 

L’esame è finito, i nostri gemelli scompaiono di nuovo nel buio e caldo grembo materno. Restano però le immagini ecografiche, sulle quali esercitarci in spericolate elucubrazioni:

“Ma qual è il naso?”

“E' qui, non lo vedi?”

“Non sarà un orecchio?”

“A punta? Vuoi scherzare! Piuttosto un gomito…….”

La fumosa Milano ci pare più bella stasera, mentre saluta la nostra partenza verso una casa desiderosa di vagiti, pappe e pannolini.

Umberto F. - 13 Dicembre 2000

Noterelle simpatiche degli ultimi giorni: 

Umberto F. - 18 Gennaio 2001

Col passare dei mesi...

Dove eravamo rimasti? Sembra passato un secolo, eppure solo pochi mesi mi separano dal giorno in cui scoprii che due vite, nel caldo grembo di mia moglie, erano sbocciate. Ora, mentre la gravidanza volge lentamente al termine, torno con la memoria ad alcuni momenti, quasi tutti belli, che hanno scandito il tempo che muta il ragazzo in padre. Ricordo quell'ecografia, una delle tante, verso la fine del quarto mese, quando la sonda indugiò su di una particolare immagine… ed io, con le mani in mano, pensai: "Ora arriva la sassata…"; un po' di agitazione tra i medici, uno di loro che partì alla ricerca della tal dottoressa e quando costei arrivò ci informò, con pacatezza e molta precisione, che c'era qualcosa in una delle testoline che avrebbe potuto costituire un problema… Un velo d'angoscia, il materializzarsi di ancestrali paure, ma anche la consapevolezza che non si doveva perdere la calma. Avremmo fatto le amniocentesi, come ci fu chiesto, avremmo preferito evitarle ma si doveva fugare il dubbio. Quella sera, a cena da amici, non pensammo né parlammo d'altro… poi fino a notte fonda setacciammo la Rete a caccia di informazioni, per placare il nostro animo inquieto. Ora rivedo le nostre facce stranite il giorno delle amniocentesi, con me che assistei all'esame da oltre la porta, gli occhi fissi sul viso di Rossana per scorgere segni di dolore, per alleviare il mio malessere nel sentirmi solo spettatore in quel frangente che tanto mi riguardava. Ma anche quel giorno vide arrivare la sera e noi, sollevati per l'assoluta innocuità dell'esame, potemmo rilassarci e costruire insieme la sensazione che forse il peggio era passato. Fortunatamente l'ecocardiografia interruppe il lungo tempo d'attesa per gli esiti delle amniocentesi, il parere incoraggiante dei medici rafforzò la nostra fiducia in un esito positivo… il telefono non suonò per darci cattive notizie ed arrivò il giorno degli esiti: tutto bene, cessato allarme, la cappa d'angoscia svanì e con essa… un maschietto! Già, un'infermiera ci disse che erano bambine quelle in arrivo, tutte e due, contrariamente a ciò che ci era stato detto in un primo tempo. Due figlie… ragazzi, continuerò ad essere il coccolo di casa! Svanito nel nulla Walter (nome che avevamo scelto per il maschio) il viaggio dalla clinica verso casa ci vide silenziosi e meditabondi, intensamente volti ad individuare un nome per la sorella della nostra Nadia, alla quale il nome era già stato affibbiato; solo a cena spuntò il secondo nome, così decidemmo che la gemella di Nadia sarebbe stata Ivana. Procede il carosello dei ricordi: ora vedo noi due davanti ad un grande negozio per l'infanzia; ci guardammo e silenziosamente ci chiedemmo se davvero fossimo noi quelli che stavano per aggrovigliarsi tra carrozzine e seggioloni, biberon e camicine. Quante cose in quel negozio, cose che non avevo mai guardato e che ora entravano nella mia vita dalla porta principale, lasciandomi senza fiato. Mi rivedo mentre assemblo la megacarrozzina nel salotto di casa, sbalordito dalla sua grandezza ed anche un po' intimorito: avrò il coraggio di uscire in strada alla guida di una cosa tanto bizzarra? Poi penso di sì e rido del mio imbarazzo. Momenti di una vita, la mia, che oggi si riempie di attesa, di gioia, di desiderio… ancora pochi giorni e le avrò tra le braccia, non riesco ad immaginare come mi sentirò, ma sarà senz'altro fantastico.

Umberto F. - 24 Marzo 2001

Verso il parto...

Venerdì Santo, per i meno religiosi un venerdì 13: percorriamo tranquillamente l'ormai familiare percorso che ci porta in clinica, dove ci attende l'ennesima ecografia. L'orologio della gravidanza segna 36 settimane e noi siamo persuasi che c'è ad attenderci un parto cesareo verso la fine di aprile. Dopo l'ecografia, però, le cose cambiano: c'è un breve conciliabolo tra le dottoresse, poi le stesse ci spiegano la nuova situazione, inaspettata quanto foriera di sviluppi positivi. Nadia, all'ultimo momento, si è decisa ad affacciarsi al mondo, dopo l'intera gravidanza passata a dondolarsi in posizione trasversale; Ivana, più diligente, già da tempo è preparata ad abbandonare il grembo della mamma. Nadia ha smesso di crescere, forse le manca lo spazio, inoltre è presente una dilatazione di due centimetri; ci viene detto che le nostre bimbe sono abbastanza pesanti ed in forze per fare subito il grande salto. Rossana, che non si aspettava certo di partorire l'indomani, ha una breve esitazione, ma poi si affida al buonsenso ed ai consigli del personale medico ed accetta il ricovero. Dopo il passaggio all'accettazione ed aver espletato le formalità necessarie al ricovero, Rossana viene condotta in corsia e l'appuntamento con la sala parto è fissato per l'indomani alle 8,00; nel frattempo verranno effettuati gli esami clinici preliminari. Esco dalla clinica e mi dirigo verso casa: sono leggermente sotto choc, ma ho la mente impegnata nel tentativo di ricordare tutte le cose che Rossana mi ha detto di procurarle. Mi attacco al cellulare ed avverto i familiari della nuova situazione mentre la strada si snoda fino a casa. Finalmente giunge la notte e, con il timore di dover saltar fuori dal letto all'improvviso per rispondere al telefono, lentamente riesco ad addormentarmi. Il telefono non suona, ma la sveglia sì: in un baleno mi vesto, salto in macchina e passo a prendere mia suocera, quindi a tutta birra in direzione Milano. E' una bella giornata di primavera, il sole splende, ma l'aria è frizzante; arriviamo in clinica e troviamo Rossana che passeggia nervosa nel corridoio, dice che ha qualche contrazione ma debole. Sono le otto e un quarto, scendiamo nell'Area Parto; Rossana direttamente, mentre noi dobbiamo passare dall'ingresso principale dove ci attendono camici e soprascarpe. Sono nervoso, mi faccio allacciare il camice da un altro papà e lo aiuto a mia volta, per lui è il secondo figlio. Eccoci in sala parto n° 2, io e Rossana; mia suocera deve aspettare fuori, è ammesso solo un familiare per volta. C'è un'emergenza, dobbiamo attendere; la sala parto è quadrata, pulita e luminosa. Il mio nervosismo è passato, mi sento euforico e per ingannare il tempo abbozzo una danza propiziatoria ma un'occhiataccia di Rossana mi convince a desistere. Finalmente tocca a noi: la primaria, presente nonostante sia la vigilia di Pasqua, con un lungo uncino di plastica rompe i due sacchi; ci siamo, il travaglio inizia così, in sordina, ci chiediamo cosa accadrà ora. Non accade un bel niente, le contrazioni sono blande e perciò verso le undici ecco irrompere sulla scena la flebo di ossitocina; dopo dieci minuti il travaglio mette le ali o così pare a noi: il dolore aumenta, io comincio ad agitarmi. Rossana mi chiede di fischiare per coprire i lamenti delle altre partorienti, dice che la fanno rabbrividire. Ogni tanto devo uscire dall'Area Parto per ragguagliare mia suocera, rimasta pazientemente in attesa all'esterno: è un traffico perché bisogna togliere e rimettere camice e soprascarpe, ogni volta mi pare di metterci più tempo. Mentre mia suocera mi sta aiutando ad allacciare il camice per rientrare, mi sento chiamare per nome da un ragazzo: lo guardo e riconosco Roberto, un amico che non vedo da quindici anni, quando cambiò casa e paese. Anche sua moglie è in sala parto, diventeremo papà lo stesso giorno! Il tempo scorre, io entro ed esco dalla sala parto più volte, poi le contrazioni diventano intense, molto (troppo) dolorose; chiediamo l'epidurale, ci dicono che è stato avvisato il personale e che tra poco arriverà. Nel frattempo non stacco gli occhi dal monitor dei battiti fetali; Ivana ha il sondino applicato sulla testolina, il suo battito è regolare e limpido mentre Nadia appare e scompare di continuo. Sposto frequentemente la sonda sulla panciona di Rossana ma Nadia gioca a nascondino e spesso il battito che vedo è quello della sua mamma. Il numerino che indica l'intensità della contrazione mi mette angoscia, Rossana mi chiede di avvisarla quando aumenta in modo da prepararsi; il dolore ormai è quasi continuo ed ancora non si vedono gli anestesisti, sto per arrabbiarmi ma li vedo entrare nella stanza. Preparano Rossana in modo meticoloso: seduta sul letto, una cuffia di plastica in testa, un cuscino sul ventre e le braccia che vi si appoggiano sopra… mi fa un po' pena. Ci sono anche dei moduli da leggere e firmare, non siamo proprio nella condizione adatta ma sbrighiamo anche questa formalità; mentre gli anestesisti mettono la mascherina io decido di uscire, questa parte preferisco perdermela. Passeggio nel corridoio, poi decido di raggiungere mia suocera che trovo impegnata a chiacchierare amabilmente con un'altra signora; prima di rientrare incontro nuovamente Roberto, il suo bimbo è nato col cesareo e sta bene, dice che ora fa il tifo per noi. Eccomi di nuovo in sala parto: il dolore c'è ancora, dice una delusissima Rossana, però tra una contrazione e l'altra riesce a prendere fiato, è già qualcosa! Il controllo da parte di un'ostetrica rivela che ormai ci siamo; guardo istintivamente l'orologio sulla parete che segna le 15,15, siamo in sala parto da sette ore ma a me pare un secolo! La stanza si va riempiendo di donne sorridenti, gli "angeli" delle nostre bimbe: guardandole mi sento sicuro e sereno, sono convinto che siamo davvero in ottime mani. Dirigono le operazioni la primaria ed un'altra dottoressa, subito si rendono conto che c'è un problema nel monitoraggio del battito di Nadia: per rimediare decidono di usare una sonda ecografica che la primaria terrà costantemente in posizione in modo da vedere il cuoricino di Nadia. L'altra dottoressa e la capo ostetrica insegnano a Rossana come deve spingere e lei, dopo qualche esitazione, capisce e si impegna a fondo in questa spossante operazione. Io mi sono posto dietro la testa di Rossana e tutto quello che posso fare è rinfrescarle la fronte ed il viso con un fazzoletto umido; lei sta reagendo da grande lottatrice, come sempre ha fatto da che la conosco. Sento che finalmente sto per vedere le mie figlie e tutta l'agitazione, la frustrazione e la stanchezza delle ultime sette ore stanno velocemente lasciando il posto ad un grande senso di felicità e pace. Dopo circa una decina di grosse spinte la capo ostetrica dice che Ivana sta uscendo: io sorrido come un ebete mentre Rossana, ruggendo come una leonessa, getta tutta l'energia disponibile nella spinta che dona al mondo nostra figlia Ivana. La vedo in viso per un attimo mentre viene tenuta per i piedi e viene tagliato il cordone ombelicale: penso "oddio, la mia faccia!", vedo il mio volto in quel visino arrossato e piangente! Guardo il mio orologio, sono le 15,46; prendo nota mentalmente dell'ora mentre già le dottoresse si stanno accordando sulla strategia da usare per la nascita di Nadia. La primaria pone le mani longitudinalmente rispetto al ventre materno, in modo da tenere Nadia in posizione verticale, mentre l'altra dottoressa con l'avambraccio sinistro preme a monte della bimba: funziona! Nadia viene "spremuta" fuori dal grembo materno, il mio orologio segna le 15,49. Sono papà! Sono papà! Da dietro il letto bacio Rossana mentre tutto intorno a noi gli "angeli", queste donne straordinarie, sorridono e si congratulano tra loro e con noi. Posso infine rilassarmi; dietro cortese invito della primaria mi reco nella stanza dove stanno pulendo le mie bimbe. Eccole, tra le mani esperte del personale (ancora donne!), con la pelle cianotica e le mosse convulse; le guardo per un attimo, poi realizzo che devo dare la bella notizia a mia suocera, la dolce signora Maria. Esco dalla sala parto, tra i complimenti e gli auguri rivoltimi dalle persone presenti nell'atrio che, chissà come, sanno della nascita; la signora Maria non c'è, mi dicono che è scesa al bar con l'altra signora, ma ecco, si apre la porta dell'ascensore, ne escono le due signore: non dico niente, sorrido e spalanco le braccia; "sono nate?" dice Maria con un gran sorriso, "l'ho sentito al bar, sono nate le gemelline!". Ci abbracciamo, ora è veramente tutto vero, anche se forse non ce ne rendiamo ancora conto. Improvvisamente mi sento debolissimo, svuotato; arranco fino alla macchina del caffè, infilo le monete e guardo scendere la bevanda nel bicchiere. Mi appoggio al davanzale della finestra aperta; il cielo è azzurro ed il sole splende tiepido. Questo momento è solo per me e me lo voglio godere goccia a goccia; tolgo un sigaro dalla tasca, lo accendo ed aspiro con voluttà la prima boccata, quindi impugno il cellulare e comincio a digitare l'SMS che invierò subito ai numeri delle persone più care: "Sono nate! Tutto OK!". Sì, penso ancora incredulo, sono nate davvero!

Dedico questo diario alle donne ed agli uomini della Clinica Ostetrico-Ginecologica L. Mangiagalli di Milano, alla loro passione e professionalità. Grazie di cuore.

Umberto F., 4 ottobre 2001

 

Ivana e Nadia

 

 

 

 

 

 

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Ivana e Nadia

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