Vi racconto il
mio parto
di raffina

Raffina e Piero con le ex figlie
affidate Maria e Lucia
e i piccoli Chiara e Marco nel giorno del loro complemese (mezzo anno)
Domenica 24 luglio.
Sono ricoverata da giovedì, ma è deciso, domani mi indurranno il parto. Mi
spiegano che la mia pressione alta, la ritenzione idrica, il fatto che siano due
e che ormai sono alla 37 settimana finita impongono di non aspettare oltre. Solo
il fatto che io sono decisa a tentare un parto naturale fa slittare il cesareo,
ma non l’induzione con il gel.
Mando a casa il mio amore abbastanza presto: domani sarà una lunga giornata…
E così rimango sola. Mi carezzo la pancia e non riesco a non piangere. E’
l’ultima notte, dico in un sms ad un mio amico, ma è così difficile lasciarli
andare. E’ stata una gravidanza stupenda, meglio di come mi aspettassi, meglio
di quanto l’avessi sognata per anni. Mi sono goduta ogni minuto, perdendomi
spesso nel “mio piccolo mondo” come lo chiamava Piero: ad ascoltare tutte le
sensazioni che la Vita dentro la mia pancia mi regalava. Vita pura, Vita al
quadrato. Due cuoricini che hanno cominciato a battere dentro di me regalandomi
la gioia più grande della mia vita.
Piango in silenzio, mentre la mia vicina dorme. Non posso smettere. Dormo poco e
ascolto i vagiti degli altri bimbi, quelli già nati. Mi sembrano ancora così
lontani quei vagiti. Ancora un mondo che deve venire, una realtà che ancora non
è qui.
Mi sono goduta tutta la gravidanza, sentendo sempre molto presenti gli esserini
che mi porto dentro. Solo da quando sono qui in ospedale, quattro giorni lunghi
come un mese, mi sembra di essermi allontanata da loro. Mi sembra di averli
trascurati. Colpa dell’effetto che il ricovero ha avuto su di me. Mi sta
lentamente trasformando in un’ameba. L’inattività, la mancanza di stimoli
diventano una specie di cancro che ti fa perdere ulteriormente interesse e
forza. Come avrà fatto quella della stanza di fronte che è qui da più di un
mese?
Ma stasera eccomi più vicina che mai all’Idea che pulsa con un doppio cuore
dentro la mia pancia. La nostra ultima notte insieme, piccini miei, l’ultima
notte in cui siamo una cosa sola, miei pinguinetti. Accarezzo la pancia e
piango…
E arriva il lunedì. Il dottore mi spiega che mi faranno questo gel che dovrebbe
fare partire le contrazioni, poi verrò monitorata con il tracciato
cardiotocografico.
Mi visita e in trentasei anni di vita, varie frequentazioni con la pma e quasi
nove mesi di gravidanza è la prima volta che una visita mi fa così male. Per non
farmi mancare niente dopo il dottore mi visitano anche due studentesse. Urlo che
mi sentono per tutto il piano….
Il dottore sentenzia: “collo lungo ancora un centimetro, dilatazione di un
centimetro circa ma orifizio interno ancora chiuso”. Puntualizzo che secondo me
il centimetro di dilatazione non c’era prima della visita stessa.
Mi iniettano il gel che già di suo brucia e che sulla mia patatina maltrattata
da mezza università ha un effetto devastante. Mi portano in barella in camera
perché non devo alzarmi per un’ora.
Mi attaccano la macchina per il tracciato che non arriva oltre il 30% a segnare
le mie contrazioni. La prima dose di gel ha fallito il suo scopo.
Quando il medico stacca il turno mi dice che la seconda dose preferisce farmela
la mattina dopo perché vuole essere presente lui. Il mio amore torna a dormire a
casa, con la speranza che l’indomani sia il giorno buono.
Io mi sento spaesata e delusa. Cosa sta succedendo? Perché non rispondo alla
stimolazione? E cosa succederà ora?
Il medico del turno di notte lo conosco, è lui che mi ha detto il sesso dei miei
cuccioletti a diciassette settimane di gravidanza, quando abbiamo fatto quell’eco
a pagamento per avere la videocassetta. E’ inoltre lui che mi ha fatto la
morfologica e alcune delle altre eco di accrescimento.
Lui mi spiega che il gel ha lo scopo di far maturare il collo dell’utero e non
di procurare le contrazioni: quelle sono solo la relativa conseguenza. Domani si
riprova.
Così affronto un’altra notte. Ma l’altra non doveva essere l’ultima?
I miei cuccioli non vogliono ancora uscire. Non sono pronti? Questo mi
preoccupa. Chi sono io per forzarli se loro non si sentono ancora pronti? Perché
dobbiamo stanarli a forza?
Ma i medici non ne vogliono sapere. Marco e Chiara devono nascere al più presto.
E quindi un’altra notte io e la mia adorata pancia. Quanto mi mancherà dopo?
E’ martedì. Arriva il medico e mi visita nuovamente. Questa volta l’ostetrica,
una di quelle simpatiche con cui abbiamo riso e scherzato in questi giorni, mi
da il suo braccio da stringere, pentendosene subito dopo: le lascio i segni.
Questa volta l’orifizio interno è aperto, ma la dilatazione non è molto più di
ieri. Il medico mi dice: “Sento la testa del maschietto! E come si muove!” Lo
sento muovere anche io… da un’altra prospettiva…
Mi fanno nuovamente il gel e di nuovo mi attaccano la macchina del tracciato.
Nel frattempo arriva Piero che è andato a prendere sua mamma alla stazione.
Teoricamente dovrebbe ripartire già domani sera. Li mando dall’amico di mia
sorella che lavora alle ferrovie per cercare un altro treno. Non vorrei mai che
dovesse ripartire senza aver visto i nipotini…
La prima dose di gel della giornata ha più o meno lo stesso effetto di quella di
ieri: nessuno.
Me ne fanno un’altra a distanza di 5 o 6 ore. Questa volta va un po’ meglio.
Invento un gioco: senza guardare il display del cardiotocografo riesco a
indovinare l’andamento del grafico che indica le contrazioni. “sale, sale, sale,
ora è fermo…. scende, scende….”
Le contrazioni ci sono, ma sono assolutamente sopportabili.
E un’altra giornata è passata senza risultati: alla visita non rilevano grosse
novità.
Passa un’altra notte. Ormai mi chiedo se sarà l’ultima. Cerco di approfittarne
per coccolarmi ancora la mia pancia. Le contrazioni sono finite e io sono
tranquilla.
Arriva il mercoledì. Nuove dosi di gel. Una al mattino presto, una nel primo
pomeriggio e l’ultima nel tardo pomeriggio. Prima dell’ultima la visita dice due
– tre centimetri di dilatazione. Bene! Forse ci siamo!
In effetti le contrazioni cominciano a farsi più forti. Se cammino le sento di
meno, se sto sdraiata le sento di più. Mi chiedo se lo scopo, a questo punto,
possa essere la “gestione del dolore”, in quanto il dolore è comunque abbastanza
sopportabile, e non so quanta efficacia abbiano le contrazioni.
Se sto a gambe divaricate fa più male. Può servire? Lo chiedo all’ostetrica che
se ne sta andando perché ha finito il turno del pomeriggio. Mi risponde “sì, fai
spazio, fai spazio!”
Così comincia il turno di notte e io diligentemente respiro e “faccio spazio”.
Sembra che ci siamo…
Tra una contrazione e l’altra, che cominciano a diventare più dolorose, ad un
certo punto la mia pancia si sposta tutta verso destra. E’ buffissimo! A
sinistra non c’è niente: toccando la pelle questa cede e si sente il vuoto
sotto. Lo faccio notare a Piero. Chissà che sta succedendo là dentro!
Il mio amore poggia la testa sul letto e si addormenta. Lo lascio dormire: se
tutto va bene presto ci sarà da divertirsi.
Cala la notte e il sonno mi prende. La cosa strana è che si porta via le
contrazioni. All’inizio penso sia solo un momento, una fase, ma poi con
tristezza devo capitolare: si sono di nuovo fermate. Mi faccio visitare e
l’ostetrica mi dice che non è cambiato niente dall’ultima visita. Le contrazioni
non sono state efficaci per niente.
Disperata sveglio Piero e lo mando a casa. Cosa succederà domani?
Sono arrivata a giovedì e i miei bimbi non sono ancora nati. Non sono nati il
24, compleanno di Giacomo. Non sono nati il 25, compleanno di Marisa. Non sono
nati il 27, compleanno di Adriana. Neanche il 26, come qualcuno suggeriva per
non fare torto a nessuna delle due zie…
Appena arriva il medico mi viene a chiamare. Io sto lavandomi i capelli nel
lavandino. Mi dice “Signora, siamo arrivati fino a qui per la sua forte
motivazione. Non mi era mai capitata una così determinata. Altre avrebbero già
ceduto. Quello che io posso ancora fare per lei è la rottura delle membrane. Se
non funziona questo non rimane nient’altro.”
Sono speranzosa. Mentre aspettiamo che si liberi il lettino gli racconto delle
buffe evoluzioni che faceva ieri sera la mia pancia. Lui mi guarda senza dire
niente, alza il telefono e chiama un collega che sta di là alle ecografie. Gli
dice di venire che vuole controllare una cosa.
Il collega mi fa l’ecografia e dice che ora entrambi sono cefalici! Ieri sera
Chiara faceva le capriole! Ecco cos’erano quegli spostamenti… Benissimo! Ora
sono entrambi in posizione perfetta!
Il mio medico mi visita, si fa dare l’uncinetto apposito, traffica un po’ e
infine dice “Fatto!” mi fa mettere un pannolone e mi dice di camminare per un
quarto d’ora. Poi mi attaccheranno di nuovo il cardiotocografo.
Telefono a mio marito: gli dico di venire, senza correre, dopo aver fatto
colazione e doccia, ma di venire. Da casa nostra all’ospedale in questi giorni
non ci si mette più di mezz’ora. Sua mamma viene anche lei: sono riusciti a
spostare la prenotazione, partirà domani sera.
Cammino su e giù per il corridoio. Non succede niente. Passa più di un quarto
d’ora. Dopo mezz’ora che faccio vasche incrocio il dottore e gli chiedo “ma
quando dovrebbero cominciare ‘ste contrazioni?” Lui mi guarda, guarda l’orologio
e mi riguarda scuotendo la testa. Se ne va senza rispondermi. Comincio a
scoraggiarmi.
Un’ostetrica e una giovane dottoressa (specializzanda?) mi mettono a letto e
cominciano a piazzarmi le sonde della macchina per il tracciato. Ogni volta è
una disperazione: Marco e Chiara si muovono parecchio e si perde continuamente
il segnale. Tra le mie passeggiate e questa operazione (non ancora finita) il
tempo è passato.
Il medico irrompe nella
stanza e dice “E’ troppo tardi. Basta. Preparatela per il cesareo. Di corsa.”
No! Non è così che doveva andare. Non era questo che doveva succedere. La
disperazione mi coglie. Il mio amore non assisterà al parto. Non avrò un parto
naturale.
Scoppio a piangere mentre su di me si affannano e in men che non si dica mi
hanno depilato un piccola zona, tolto la camicia da notte, orecchini, catenina,
occhiali, (la fede non si toglie e me la lasciano) messo flebo e catetere e
fatto non so cos’altro e mi ritrovo sulla barella.
Dico alla mia vicina di chiamare Piero e spiegargli la situazione e poi di
chiamare mia mamma e fare lo stesso, tenendo presente che è molto apprensiva e
quindi cercando di tranquillizzarla.
Sono già davanti all’ascensore quando penso che senza gli occhiali non vedrò i
miei cuccioli appena nati e imploro che me li portino. L’ostetrica corre in
camera e torna con gli occhiali.
Mi portano in sala operatoria. Mi guardo intorno e cerco di farmi una ragione di
quello che sta succedendo. Sono tutti molto gentili. L’anestesista mi rifà
alcune delle domande che mi avevano fatto nei giorni scorsi le sue colleghe per
un’eventuale peridurale su parto naturale.
Molte persone sono al lavoro intorno a me. Io sono seduta sul tavolo operatorio
con le gambe giù su uno sgabello e la testa chinata in avanti mentre
l’anestesista mi punta un dito tra le vertebre. Spinge molto e mi dice che
sentirò una puntura. Io le chiedo se è sua intenzione entrare direttamente con
il dito (per quanto spinge), ma il mio tentativo di essere spiritosa fallisce
miseramente. Lei mi risponde in modo serio e qualcun altro le dice “forse voleva
essere una battuta.” “Già…” rispondo io ulteriormente demoralizzata.
Mi viene in mente la scena del parto in “Monty Python e il senso della vita” e
cerco con un moto di ilarità la macchina che fa “ping”. Vorrei chiedere dov’è,
ma questa volta, prima di farmi scappare un’altra battuta a salve chiedo se
qualcuno ha visto il film. Credo la stessa persona di prima (vedo solo i piedi
di chi mi sta davanti e mi sorregge) mi dice di no e lascio perdere.
Mi collegano al monitor della pressione e delle pulsazioni. Mi fanno sdraiare e
mi legano le braccia a mo’ di crocifisso. Questa cosa mi deprime ulteriormente.
Chiedo se sia possibile evitarlo ma mi dicono di no, in compenso si offrono di
grattarmi il naso che mi prude. Mi mettono l’archetto con il telo per nascondere
la pancia.
Qualcuno mi chiede: “Chi nasce oggi?”
Rispondo “Marco e Chiara”
Oggi 28 luglio nasceranno i miei cuccioli Marco e Chiara.
Vedo il mio dottore e la dottoressa giovane. Sono molto affettuosi e premurosi.
Iniziano le danze.
Ho ricordi vaghi dell’operazione. Forse l’anestesia pur essendo locale
intontisce anche un po’ il cervello.
Ricordo bene, però quando il dottore ha detto “Ecco il primo!” e ha sollevato
Marco al di sopra del telo che mi impedisce la vista. Dice qualcosa a proposito
del cordone che ha due giri ma non ricordo dove. Braccia? Collo? Non so…
Lo sento piangere, ma poco, giusto un vagito. Mi dicono “sta bene! Ora gli diamo
una prima pulita e glielo facciamo vedere!” e dopo poco mi mettono un fagottino
piccolo e caldo sulla spalla sinistra. E’ troppo vicino alla mia faccia perché
possa vederlo. Il nostro primo contatto e tutto fisico. Imploro piangendo che mi
sleghino almeno il braccio sinistro, che possa accarezzarlo e così fanno.
Lo bacio e lo accarezzo mentre le lacrime mi accecano. Sento il calore
sprigionato da questo esserino così piccolo. Sento la sua pelle morbida e
liscia. Sento il suo odore dolce e buonissimo. Accarezzo il fagottino e continuo
a baciarlo e a parlargli tra le lacrime. Non ricordo cosa gli dicevo, ma non
posso dimenticare l’emozione, la tenerezza, l’incredulità. Non ci sono parole
per descrivere cosa ho provato. Anche se cercassi di spiegarlo per mille anni
non potrei tirare fuori quello che è chiuso nel mio cuore e che non potrò mai
dimenticare.
Mentre coccolo Marco nasce Chiara. Anche lei fa un piccolo vagito. Chiedo subito
se sta bene, se è sana. Mi rispondono che a prima vista è sanissima ma faranno
controlli più accurati dopo.
Piango di felicità. Mi tolgono Marco e mettono Chiara al suo posto. La mia
principessina! Sono stata in pensiero per te per nove mesi e ora sei qui, e
posso baciarti e accarezzarti e stai bene! Così piccina, ma sana, sana! Continuo
a piangere, a baciarla e parlarle, finché non me la portano via. Ma prima mi
riempio i sensi anche del suo calore, del suo profumo, della sua tenerezza.
Poco dopo me li fanno vedere: sono nella stessa culletta chiusa di vetro, girati
uno verso l’altra, sembra si vogliano baciare.
Così finalmente li vedo. Sarà banale, scontato, ma sono proprio come me li
immaginavo. Quando mi chiedevano “come te li immagini?” non sapevo bene che
rispondere. Un po’ per scaramanzia, un po’ perché io li avevo chiari in testa,
ma non era facile descriverli. Dicevo solo “piccini, con la testina rotonda e
pochi capelli…” Ed eccoli, piccini, con la testina rotonda, e proprio
somiglianti all’immagine che avevo in testa. Guardando i bimbi delle altre mamme
mi dicevo “ma i miei non sono così, non possono essere così!” E infatti eccoli.
Sono i miei… Sono bellissimi.
Dopo che mi hanno
ricucita e mi dicono che è tutto a posto, l’operazione è finita, chiedo se posso
andare da mio marito. Mi rispondono che no, devo aspettare, devono controllare
la pressione, il risveglio della zona addormentata… Mi piazzano di fianco a una
signora anziana e aspetto.
Ogni volta che viene qualcuno a vedermi chiedo se posso andare da mio marito.
Lotto contro il sonno che mi seduce: voglio essere sveglia quando mi porteranno
su e lo vedrò. Tanto insisto che ad un certo punto (forse il tempo è comunque
passato) acconsentono e chiamano in reparto per farmi venire a prendere. Ma
sfortuna vuole che quella sia l’ora del pranzo, la richiesta rimane inevasa per
parecchio, forse si perde e viene dimenticata. Io rimango più di un’ora vicino
al passa-lettighe ad aspettare, mentre sopra si preoccupano per me.
Intanto i miei cuccioli scendono al secondo piano, al nido, dove il papà e la
nonna li aspettano. Li vedono per qualche secondo prima del bagnetto, poi
vengono portati via. Dopo un po’ chiamano mio marito, lo fanno sedere in una
stanzetta spoglia e gli mettono in braccio i due battufolini, avvolti nelle
copertine termiche, uno per braccio.
E così lui sta lì seduto, solo con i suoi piccini in braccio, con i cuccioletti
tanto desiderati e cercati con tanto amore e caparbietà. E finalmente piange,
piange tanto e non può asciugarsi le lacrime perché le sue mani sono impegnate a
contenere tutta la felicità del mondo che è lì proprio tra le sue braccia.
Io questa scena non l’ho vista. Eppure è stampata nella mia mente nitida come se
fossi stata lì. Ed ogni volta che ci penso mi commuovo fino alle lacrime. Non
posso raccontarla senza che mi si incrini la voce.
Questa è la storia di come i nostri figli sono venuti al mondo alle 10.09 e alle
10.10 del 28 luglio 2005.
Scritto nel settembre 2005