Il miracolo dell'allattamento al seno
di Jenn Seager
(dalla rivista "Mothering", maggio/giugno 2007 per gentile concessione dell'autrice)

I trigemini di Claude
Allattare
era qualcosa che non vedevo l’ora di fare da sempre. Immaginavo
fervidamente i miei futuri figli accoccolati al mio seno mentre
succhiavano gioiosamente. Allattare al seno era per me l’unica
opzione. A mio avviso non c’è niente di più
naturale, perfetto e salutare per un bambino.
Eccomi
dunque arrivata, in attesa del giorno in cui sarei rimasta incinta, poi
del giorno in cui avrei partorito e condiviso l’esperienza
assoluta del bonding col mio prezioso bambino. Dal momento in cui le
stelle furono favorevoli e seppi che era tempo di cominciare a tentare
il concepimento, passarono sei agonizzanti mesi prima di osservare il
magico trucco delle mie urine sullo stick. Due strisce rosa lo
confermavano: stavamo per avere un bambino.
Dopo
un episodio emorragico a 12 settimane, mio marito ed io scoprimmo con
l’ecografia che stavano arrivando non un bambino ma tre
maschietti identici. Una delle mie preoccupazioni fu
l’allattamento al seno. Sarei stata in grado? Avrei prodotto
abbastanza latte? Come avrei gestito allo stesso tempo tre bambini
affamati e in lacrime? Quasi impazzivo con tutti i se, fino a che smisi
di preoccuparmi e cominciai a credere che tutto si sarebbe aggiustato
da sé – e che sì, ce la potevo fare. Se avevo
potuto creare, portare in grembo e dare alla luce tre bambini, era
dannatamente sicura che avrei fornito loro tutto lo squisito latte di
mamma.
Fu
dopo una sessione ecografica piuttosto lunga, alla 15a settimana di
gravidanza, che mio marito ed io ricevemmo le notizia paralizzante che
tutti e tre i bambini avevano la labioschisi e che uno di loro aveva
anche la palatoschisi. Fummo immediatamente mandati per un consulto
dalla fantastica squadra delle “schisi”, un gruppo di
professionisti che educano le famiglie e gestire queste conformazioni
facciali diverse. Leggere il materiale e incontrarsi con i genitori dei
bambini affetti ci rasserenò, ma alcune delle domande che mi
ponevo non ricevevano risposta. Una di queste era: “ Potrò
allattare al seno?” Nessuno a cui chiedessi – genitori o
medici – era in grado di rispondere.
Cominciai
ad accettare come un dato di fatto che, benché non ne avessero
colpa, ai miei poveri bambini sarebbe stato negato il diritto di essere
allattati al seno. Il 27 marzo 2005 i nostri bellissimi bambini
nascevano con parto cesareo; ognuno pesava circa un chilo. Tristan,
Owen e Ace ce l’avevano fatta: dolorosamente piccoli, coperti di
lanugine e ciascuno con una schisi in sede diversa.
Poiché
erano così piccoli furono alimentati dapprima con minime
quantità di soluzione glucosata. Non vedevo l’ora che
cominciassero ad alimentarsi con il mio latte. Ero convinta che era
questo che li avrebbe resi sani e in grado di tornare prima a casa. La
notte del parto chiesi a un’infermiera un tiralatte, spiegandole
che volevo che il mio latte fosse disponibile per quando i bambini
sarebbero stati pronti ad assumerlo. Ricordo la rabbia che provai
quando lei insinuò che non ne sarebbe valsa la pena – non
sarebbero stati in grado comunque di essere allattati al seno.
Dopotutto si ritiene comunemente che i bambini con la schisi non
possono attaccarsi con forza al seno perché le labbra non
formano un sigillo perfetto. Ricordo che sedevo sul letto ferita e
arrabbiata, una coppa di tiralatte per seno, desiderosa che il mio
latte sgorgasse come lava così da poter correre in corridoio con
un recipiente pieno fino all’orlo di oro liquido.
Non
uscì una goccia. Neanche una. Mi vennero dei capezzoli rossi,
sanguinanti e mi depressi molto. Però, per i successivi quattro
giorni di permanenza in ospedale, mi attaccai a quel tiralatte. Dolente
e disperata per i risultati, tiravo come una pazza. I miei bambini
avevano bisogno di me, avevano bisogno del mio latte.
Ancora
niente. Un’infermiera dolcemente mi promise che, una volta
ritornata al comfort di casa mia, il latte sarebbe arrivato. Bugiarda,
pensai. Lasciare l’ospedale e i nostri deboli ma grintosi bambini
quel giovedì notte fu la cosa più difficile che avessi
mai fatto. Ci fermammo in farmacia per noleggiare un tiralatte. Non
m’importava che le probabilità fossero contro – ero
determinata a garantire ai nostri piccoli gli stessi diritti di quelli
nati con labbra intatte.
Seduta
sulla mia sedia a dondolo, piangevo e dondolavo, piangevo e dondolavo
ad occhi chiusi. Temevo di vedere il vuoto dei contenitori di latte.
Quando il tempo fu scaduto aprii gli occhi per spegnere
l’apparecchio – e quasi svenni nel vedere i recipienti
pieni di latte. Con un grido vittorioso mi precipitai per il corridoio
alla ricerca di mio marito. “Guarda! Ce l’ho fatta! Ce
l’ho fatta!” Sembrava quasi che avessi scoperto il
plutonio. Per me questo era molto di più e di meglio. Passai il
resto della notte attaccata al tiralatte, riempiendo di latte
contenitore sterile dopo contenitore.
L’operazione
divenne una routine. Tiravo il latte ogni tre ore, riempiendo biberon
da portare all’unità di terapia intensiva
dell’ospedale. Ero fortunata che il McMaster University Medical
Centre (a Hamilton, nella provincia canadese dell’Ontario)
promuovesse l’allattamento al seno e che loro mi incoraggiassero
a tirare il latte. Divenni la barzelletta dell’unità,
colei che monopolizzava tutto lo spazio del frigo. Sebbene le
infermiere fossero d’accordo con la spremitura, non c’era
ancora nessuno che mi potesse dare una risposta definitiva
sull’allattare o meno i bambini al seno. Erano così
fragili, così piccoli, così incapaci di assumersi
l’onere – e ogni sforzo poteva causare un pericoloso calo
ponderale. In più, il fatto che fossero sottoposti a
respirazione artificiale non era certo d’aiuto.
Ero
stressata dal fatto di non poter sentire il caldo respiro dei bambini
sul mio seno quando bevevano avidamente il mio latte. Fu allora che
incontrai Beth, la mia salvezza. Il mio idolo. La mia amica.
Beth
era una delle consulenti d’allattamento che si incontravano con
me. M’incoraggiò ad allattare i bambini quando molti
pensavano che non fossero ancora pronti. Fissammo brevi intervalli di
tempo in cui cercare di farlo con ciascuno di loro. Il primo a provare
fu Tristano, quello con la palatoschisi – quello per cui tutti
dicevano che sarebbe stato impossibile allattare. Beth insisteva di
dargli una chance. Cullai il suo piccolissimo corpo e ne sentii il
calore mentre cercava avidamente il latte. La sua piccola bocca poteva
a mala pena adattarsi al mio capezzolo. Provammo come potemmo, ma la
fessura nel palato gli impedì di effettuare la suzione, e
i suoi tentativi furono infruttuosi. Tuttavia fu meraviglioso
già aver potuto passare quel tempo con lui – e grazie a
Beth l’avvenimento fu registrato per sempre su di un film. Ella
fu così toccata dalla caparbietà e dal desiderio di
Tristano che si sciolse in lacrime. Le sarò per sempre grata di
avermi dato l’opportunità di quel ricordo.
Presto
Ace e Owen fecero il loro debutto con la “sisa” e, alla
faccia dei detrattori, entrambi poppavano alla grande. Realizzarono
quello che molti avevano detto che non avrebbero potuto fare e io sono
fiera di loro. Ricordo intensamente quando parlavo con un membro dello
staff “schisi” e raccontavo che cosa meravigliosa fosse che
due dei miei piccoli potessero allattare al seno come bambini
‘normali’. Lei si mostrò scettica e accennò
che era impossibile per un bambino con schisi allattare al seno
adeguatamente. Io ripetei orgogliosamente che lo potevano fare e che lo
facevano; e che per Tristano, che veramente non era capace, mi sarei
tirata il latte fino a che fossi vuota, e grazie tante.
Beth
mi rimase accanto i due mesi e mezzo di permanenza in ospedale dei
bambini, offrendo consigli e parole gentili, creando un fronte unito
contro coloro che arricciavano il naso all’idea che, sebbene le
labbra dei miei figli fossero rotte, il loro spirito e capacità
di succhiare non lo erano. Finalmente i bambini arrivarono a casa, in
una tabella oraria frenetica e agitata di spremiture e poppate.
Crescevano così velocemente (senza dubbio grazie al mio
meraviglioso latte) che il compito divenne insormontabile. Non avevo
letteralmente tempo per niente altro. Il ripristino precoce delle
mestruazioni rallentò la produzione di latte portandola a quello
che sembrava un rigagnolo, e quando i bambini ebbero sei mesi, alzai
tristemente bandiera bianca arrendendomi agli altri modi di nutrirli.
Ancora
lotto con i miei sensi di colpa per non averli potuti allattare
più a lungo. Mi dibatto su cosa avrei potuto fare per rendere il
mio latte più abbondante. Grazie a Dio, Beth mi ricorda che
allattare tre gemelli è abbastanza gravoso, senza contare tre
bambini con la schisi. Lei mi assicura che ho fatto loro un gran bene e
nel profondo so che è così. A 22 mesi hanno superato
tutte le tappe evolutive per la loro età cronologica, non per
quella corretta. Sono felici, sani e crescono come l’erba. Si
sono ripresi e sono guariti dai loro interventi chirurgici, e sono
convinta che la ragione risieda nel mio latte. E riguardo a quei
“brutti” seni da post allattamento di cui tante donne si
preoccupano la mia taglia da 4a abbondante è diventata 4a lunga
e adoro le loro smagliature e “imperfezioni”. Hanno servito
bene lo scopo, e si meritano un futuro di riposo e relax.
Jenn
Seager ha 32 anni ed è la madre di tre turbolenti gemelli
maschi. Nel suo tempo libero (Ha ha!), scrive e fa fotografie.
Ultimo aggiornamento 08 Febbraio 2008
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